Michel Favre

La Direzione della Galleria d’arte  ‘LA COLOMBA’

ha il piacere di comunicarvi l’apertura

della mostra di

 

 

Michel Favre

Michel Favre o l’apparente ingenuità del racconto

 

 

Luogo: Galleria La Colomba, Via al Lido 9, Lugano-Viganello
Favre 4

Inaugurazione: sabato 19 settembre dalle ore 17

Orari: da martedì a sabato 14.00-18.00; domenica e giorni festivi 14.30-17.30

Catalogo:  a cura di Claudio Guarda  disponibile in sede

Favre 2

 

 

 

di Claudio Guarda

 

Garbatamente, con ironia mista a tenerezza, quasi con discrezione, l’opera scultorea di Michel Favre ci parla dell’uomo, delle sue debolezze e timori ma anche dei suoi sogni o delle sue illusioni che talvolta si trasformano in dolci miraggi o incubi terribili. Ci dice dei suoi slanci e progetti, del suo bisogno di vicinanza e solidarietà, ma anche della sua miopia e scarsa lungimiranza da rasentare in qualche caso la cecità o l’incoscienza: tanto che a volte, non si sa come, si è messo in situazioni impossibili, senza più alcuna apparente via d’uscita. Singoli o in gruppo che siano, in più di un caso questi suoi personaggi sembrerebbero mossi dalle migliori intenzioni, si direbbe che stiamo lavorando coscienziosamente, tutti insieme, per ottenere un miglioramento collettivo, per concludere un’opera utile e necessaria; al tempo stesso ci appaiono però incapaci di rendersi realmente conto di quanto stanno facendo e dove andranno a parare, quasi non fossero in grado di prevedere l’esito inconcludente o nefasto del loro agire. Operano di comune accordo, per il bene di tutti e senza alzione di fare o di farsi del male, ma in qualche caso si direbbe si stiano scavando la fossa da soli: lo fanno senza malizia, incoscientemente, quasi per predisposizione naturale, secondo il loro connaturato modo di essere e di vivere. Il problema è che non vedono più in là del loro naso, e nemmeno sanno vedersi da fuori.

 

Narratore ironico, divertito ma anche amaramente allusivo, Favre è scultore vecchio stampo, di quelli che ancora lavorano il bronzo secondo la tecnica della cera persa e si divertono a mettere in scena (im)probabili situazioni di vita che contengono schegge di antica saggezza. Egli legge il nostro mondo in controluce e ce lo restituisce dentro vicende strane, apparentemente irreali e lontane, talvolta anche fuori dal tempo e divertenti, fino a quando, di colpo, non sentiamo che lì dentro c’è qualcosa che appartiene pure a noi e al nostro tempo, qualcosa di assurdo e di folle o di minaccioso e incombente che ci riguarda tutti: dal piccolo incidente al disastro ambientale, al cielo che cade a pezzi sopra la nostra testa. Certo nel bronzo una volta si celebravano grandi eventi ed insigni personaggi; oggi non è più tempo di grandi santi o di eroi, di monumenti su alti piedistalli: la storia se ne va molto più dimessa ed incerta tra uomini che appaiono spesso smarriti o succubi delle scelte altrui. La scultura di Favre ci obbliga a sostare con loro, a capire cosa sta capitando, non di rado a condividere il momento di una decisione dagli esiti altamente incerti e fors’anche senza ritorno. Lo fa mettendo in scena un niente, quella minima frazione di spazio o di tempo che precede e già subito accompagna la scoperta, l’intuizione di quanto sta per accadere. Ed è qui che lo scultore tira dentro l’osservatore: pur lasciandogli la libertà dell’interpretazione, lo trascina dentro allusioni e significati impliciti, lo induce a vivere questa presa di coscienza.

 

 

di Benedetta Galetti

 

Dell’opera scultorea di Michel Favre colpisce subito la precarietà di ogni situazione messa in scena. Un avvenimento inspiegabile salta all’occhio all’osservatore, pizzica il suo senso di equilibrio perduto. Colui che li vive invece pare abituato, quasi assuefatto dall’impasse di cui è protagonista involontario. A prima vista, la scena rappresentata appare innocente, equilibrata. Poi un particolare salta all’occhio e la scena si rivela nella sua incertezza, nel pericolo. Perché? Come? Cosa succederà adesso? Nasce così un sentimento di empatia per i piccoli personaggi che si ritrovano in situazioni forse insolubili, certo inspiegabili, personagi prigionieri e nei quali ci specchiamo, riconoscendoci, riconoscendo le nostre vite. In questo senso Favre è un artista la cui ricerca è incentrata sull’essere umano, sull’umanità stessa, che affronta la vita e si ritrova alle volte in situazioni disperate, inattese, inspiegabili.

Quasi subito, nell’opera di Favre, sono apparsi questi piccoli personaggi che permettono di riconoscerlo tra tutti e conferiscono un’incredibile originalità al suo lavoro. Ciò che è straordinario è la maniera in cui Favre rinnova costantemente questi soggetti, con uno spiccato senso dell’evidenza.

Abbiamo a che fare con un vero e proprio teatro, di cui gli attori sono elementi permanenti, anche se le scene cambiano. Sono, per esempio, dei tavoli elettrici, dei dischi, delle lampade, davanti alle quali, i piccoli personaggi esprimo, con la loro attitudine, il loro interesse o la loro indiffernza.

 

 

di Annemarie Stüssi

 

Le sculture di bronzo di Michel Favre sembrano raccontare delle storie, storie che in ogni caso dobbiamo scoprire da soli. Non saranno invece magari delle intuizioni e delle scoperte? Intuizioni riguardanti i vani sforzi dell’attività umana, la superiorità dei poteri e dei vincoli che ci circondano, scoperte relative a un uomo che, nonostante la sua fragilità e impotenza, riesce a contrapporsi alle forze del destino e ai poteri ambientali?

Non bisogna però ridurre l’opera di Michel Favre solo alla sua espressività. Altrettanto importante, se non decisiva per l’interpretazione, è l’armonia interna e la bellezza dell’opera che si presenta all’occhio dell’osservatore.

L’equilibrio è sempre ricercato e raggiunto attraverso l’impiego di mezzi semplici e al contempo raffinati. Grande e piccolo, movimento e staticità, serietà e umorismo si contrappongono, si fanno occcasionalmente concorrenza, crescono fino a stupire attraverso la vera originalità e l’inesauribile ingegnosità dell’artista, per il quale ovviamente non vi è niente di superiore o insignificante da non trovare posto all’interno della propria opera.