Bianchi Mosè

(Monza 1840 – ivi 1904)


Il pittore ebbe buona fama in vita e subito dopo la morte (vedi le monografie di Pisa 1904, e Marangoni 1924). Rimase poi per qualche anno in sordina (si ricordi comunque il libro di Ugo Nebbia del 1960). È ora tornato in auge grazie all’importante mostra dedicatagli a Monza (marzo – maggio 1987) e alla vendita all’asta di Londra di un centinaio di suoi quadri, appartenenti alla collezione Bernasconi di Mendrisio (marzo 1987).
Si iscrisse a Brera nel 1856, allievo del Bisi, dello Zimmermann, del Sogni, del Bertini, insieme alla schiera dei grandi lombardi: Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, Filippo Carcano, e con i due ticinesi Antonio Barzaghi Cattaneo ed Ernesto Fontana, con cui divise agli inizi degli anni sessanta lo studio in Via San Primo, la via dei pittori.
I suoi primi quadri sono storici: L’arciprete Stefano Guandeca che accusa l’arcivescovo di Milano, Anselmo Pusterla, di tradimento sacrilego (1862), la Congiura di Pontida (1863). Cambierà comunque presto genere come mostrano due quadri, La Comunione di San Luigi (1864) e La vigilia della sagra (1864), esposti a Brera e fondamentali per capire il cammino futuro.
Nel ’66 vinse il pensionato Oggioni con la Visione di Saulle, grazie al quale può passare due anni fuori Milano: Venezia, a studiare il Settecento e Parigi, a contatto con la pittura di Messonier e Fortuny. Sono questi forse i soli momenti “internazionali” del Bianchi, che si può dire pittore isolato, con pochi contatti e scambi con altri pittori suoi contemporanei.
Dal ’68 al ’78 il Bianchi sarà di nuovo a Milano, città che lascerà pochissimo e sempre e solo per ragioni di lavoro: Venezia e Chioggia saranno le mete più frequenti, per trovare nuovi stimoli, nuove ispirazioni.

Due suoi quadri fondamentali saranno Fratelli di campo e La Benedizione delle case, dove il verismo lombardo (Cremona – Ranzoni – Induno) si fonde con la luce e il colore della tradizione veneta. Dal 1869 saranno molti interni di chiese, o soggetti religiosi, che (per esempio per il particolare dei chierichetti) rientrano nel campo della pittura aneddotica, temi questi già cari ai vedutisti lombardi come il Bisi e il Migliara.
Oltre che pittore il Bianchi fu pure fecondo nell’affresco, tecnica alla quale si dedicò nel periodo centrale della sua attività. Risalgono molto probabilmente al 1877 il ciclo di Lonigo e al 1885 le decorazioni del palazzo Turati. Evidentemente, come per quasi tutti i suoi contemporanei (Bertini innanzitutto), il grande ispiratore fu Giambattista Tiepolo.
L’amore per le vedute gli ispirerà alcuni quadri molto belli attorno al 1890, con Milano vista in diversi punti e in diversi momenti della giornata.
Nel 1898 viene chiamato a dirigere l’Accademia Cignaroli di Verona; vi rimarrà poco, colpito da grave malattia non potrà più dipingere. Morirà a Monza nel 1904.