Personale di Mauro Valsangiacomo

Personale di Mauro Valsangiacomo

Sabato 15 Novembre 2003 , alle ore 17.30 con il patrocinio della Finter Bank Zürich, alla Galleria d’Arte “La Colomba” a Lugano Viganello, Via al Lido 9 sara’ inaugurata la mostra dedicata al noto artista Mauro Valsangiacomo.

 

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Riflessioni Autobiografiche

Ho 53 anni. I locali in cui pitturo si trovano a Lugano e le finestre, rivolte a sud, danno su un orto. Quasi tutti i vetri sono coperti da carte o da teli perché la luce è troppo violenta quando il sole è basso.
Il mio studio non è un salotto, è piuttosto una cella. Occupo questi spazi da quasi vent’anni. Sono diventati in tutto simili a me. Mi ritraggono; forse è per questo che non amo visite.
Sono pochissime le persone che lascio entrare perché ho fatto spesso l’esperienza che uno sguardo di troppo interrompe il delicato equilibrio di cui si compone un’atmosfera.
Ho sempre pensato la pittura dall’interno di questi locali, dunque non sono un pittore capace di troppe relazioni. Durante quasi tutta la vita, devo dire, ho frequentato pochissimi artisti, ma ne ammiro tanti che cerco di ricordare visitandone le mostre.
Della pittura ciò che più mi affascina non è la fabula ma la percezione dell’intimità con lo strumento che l’artista mette in atto. Lo strumento è la colla che àncora il sentire al supporto. Ciò che più ammiro è la capacità di usare in modo perfetto uno strumento: l’abilità che non tradisce il sentimento mettendo in armonia la forma e il segno.
Per poter usare bene gli strumenti occorre molta laboriosa pazienza, come in tutto. In pittura credo sia necessario applicarsi nel disegno e sperimentare molto.
Un po’ per il gioco del caso, un po’ per scelta; come pittore sto ai margini. Mi piace guardare l’affanno degli uomini ma anche le onde del mare, guardate e riguardate. Forse è per questo che sono un pittore. Ma forse resto ai lati per poter vedere da fuori: uno che è al centro vede tutto; chi è a lato vede forse meno ma osserva da un preciso punto di vista; per questo, per ora, preferisco stare ai lati.
Nei tanti anni in cui pitturo mi è capitato più volte di esporre. Visti da fuori i percorsi sembrano tanti, in realtà io sono rimasto fedele alle mie intuizioni.
Talvolta una mia opera viene acquistata. È il segno e la dimostrazione che, pur restando a lato, anche la mia pittura appartiene e alimenta un fuoco più grande.

VM
Lugano, Agosto 2003

La pagina bianca e
il battito della pittura

di Stefano Crespi

L’ampia mostra allestita nelle sale della Galleria La Colomba di Lugano (e congiuntamente in altri spazi della regione) viene a rappresentare un punto di ricognizione (quasi un momento di riflessione complessiva) nel percorso di Mauro Valsangiacomo. Dopo le esposizioni alla Casa Cavalier Pellanda di Biasca (1998), al Museo Epper di Ascona (2000), si dispiega qui un arco di opere vario, ma unitario, nelle ragioni, nella consapevolezza di uno spostamento espressivo. È stata la visita allo studio di Lugano che ha rivelato da subito l’emozione, i temi, la presenza, l’atto, la condizione della pittura. Con stupore ho potuto ammirare l’esemplarità, la lezione di qualche critico scrittore dove il testo, al modo di un viaggio, o racconto critico, partiva dall’atelier, da uno spazio tempo, da un “qui del mondo”.

Improvvisamente mi si sono aperte le stanze dello studio di Mauro Valsangiacomo: fitte, ricolme di quadri, di carte, di tracce, di superfici, di fogli, di scritture. Fuori dalle astratte compiutezze, dalle intenzionalità retoriche, quello studio sembrò richiamarmi un titolo bellissimo ed emblematico nella cultura mitteleuropea: La cantina di Thomas Bernhard. Nella nobile città di Salisburgo, quella cantina (adibita a spaccio di alimentari, tra disordine e movimento di cose, di persone) appare allo scrittore un punto il più eccentrico, ma anche un oscuro richiamo. È quella cantina il territorio dello scrivere, la finitezza del limite, ma pure il centro segreto, abitato da una moltitudine di voci disparate, contraddittorie, disadorne, stridenti.
Può essere una semplificazione. Ma è stata questa la prima condizione, irriflessa, emotiva, dell’incontro con la pittura di Mauro Valsangiacomo. Ho ritrovato la specularità stessa del ritratto del pittore, se è vero che ogni artista finisce sempre più per divenire una diretta espressione dell’io, della soggettività, e della sua opera.

È difficile, accostando un pittore, ma anche una scrittura poetica, ritrovare la cifra, il tratto di riconoscibilità, quasi di unicità. Proprio lì, nello studio, in un accumulo apparente di tempi e luoghi, di carte e opere, di poesia e pittura, di voce e scrittura, di interno ed esterno, mi è sembrato di ritrovare una percezione originaria di poetica: è la pagina bianca che non è un “luogo”, non è il naturalismo, non è spazio dell’accadere, non è una superficie desimbolizzata. La pagina bianca è uno stato di coscienza, di ascolto, di remotezza, di “incoscienza”, di avventura nascente. La pagina bianca nel limite e nella sua stessa dismisura di ciò che non è stato amato, non è stato vissuto.
Bisogna resistere alle citazioni, ai rimandi che possono essere una sovrapposizione, quasi una divaricazione astratta o intellettuale rispetto a un’esperienza espressiva che è un modo di sorgere, di ricadere, una figura del tempo, nel silenzio delle metafore, degli emblemi.

Ma ciò che si distingue in questo pittore è la coscienza della poesia nella nudità e nel suo orizzonte. Mauro Valsangiacomo è un lettore di poesia, sagace e amoroso, con una punta di rovesciamento, di paradosso. Non riconduce la pittura a una visione dall’esterno, a un a priori estetico. Pittore colto, nel silenzio e nella caoticità iniziale, ricerca quel battito vitale (nutrito dal vissuto) nel respiro stesso della forma, di una ratio.
Non solo parola e pittura si scambiano le parti (in una sorta di reciprocità tra icona e testo); ma l’esercizio della pittura è coinvolto, convive ogni giorno con la frase del disegno. Il quadro via via si stacca dall’autore, entra nella sfera dei significati; il disegno, la carta, il segno imprevisto, intermittente permangono nel brivido interno del significante.

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Accanto ai quadri che rappresentano la sequenza della mostra, ecco gli archetipi occulti delle carte: in una continua dialettica, nella circolarità, nel bisogno stesso (sensibile) dell’acquaforte che (con Baudelaire nelle pagine stupende degli Scritti sull’arte) significa ” imprimere nella lastra la propria individualità più nascosta”. Il costituirsi dei quadri si rapporta a questa indicibile intimità delle carte, come a un andirivieni, a un continuum che è il segno della vita nella traccia e nell’eco stessa della vanità.

A fronte dei quadri, nello studio, si rivela, per esempio, una sequenza inesauribile di carte nel tema del nudo: movimento, ossessione della figura, coscienza di solitudine, onda affliggente del presente e sfondo di mito. L’immagine femminile è specchio dove continuano a riflettersi il cielo, la terra, le tristezze, le illusioni. È il punto estremo dello strato di emozioni, di interiorità, e di rapporto con la vita del mondo. È il tempo sconfinato del mistero.
Rimane in particolare nella memoria una carta riconducibile, come indicazione generica, al tema della liseuse. La donna che legge ritorna, nelle immagini pittoriche, come motivo dell’abbandono, della malinconia amorosa, dell’attesa. Qui la figura femminile è sorpresa nell’attimo di luce nascente, di mattino, che ha già vocazione di congedo.

Qua e là riappare il tema dell’Atelier, il quadro nel quadro, come nel cerchio affascinante e muto di un’assenza. Nella natura di questa riflessione, l’esposizione di oggi, per la scelta e i temi dei quadri, si pone in una situazione consequenziale; rende più evidente anche la sintomaticità (quella punta perfino di preziosità) nella vicenda precedente. I quadri della seconda metà degli anni Novanta hanno qualche referente temporale. Ma è già suggestiva (per il pensiero sull’immagine) l’intuizione, una certa primordialità e un oltre, sui temi degli alberi e dell’acqua.

C’è una persistenza nei titoli di quadri legata a rami, alberi spogli, intrico, alberi soli, alberi muti, e soprattutto a foreste incantate. La foresta (tra mito, arte e immaginario), non nella dimensione empirica, ma nella configurazione culturale e poetica, si ripresenta, lungo una direzione occidentale, in testi e opere pittoriche. La foresta è l’espressione in cui la logica delle distinzioni si perde: dove si offuscano le categorie soggettive, dove si aprono le dimensioni latenti dell’ombra, della coscienza.

Un’altra polarità è l’acqua. Scritture sull’acqua è il titolo di un quadro del 1996. L’acqua è il perpetuum mobile: quel mistero tra il niente e il cuore.
Nei quadri di oggi si avverte una linea di progressione, una sorta di intensificazione, quasi a tendere a un vero e proprio “movimento immobile”.
Il pittore ha come un’innata discrezione verso una riflessione critica che può dilatarsi, può apparire centrifuga. Ma è la continua osservazione dei quadri nel riscontro delle sue note di studio, appunti, nel riscontro di varchi emotivi nelle sue letture, nei libri di poesia, a suscitare quei segnali quasi indefettibili nell’accostamento al percorso di pittura.

Certo la pittura nasce anche nella consapevolezza della pittura. Ci sono suoi amori per pittori americani come per pittori europei. Ma riguardando i titoli, le singole opere, il giro interno di una loro ragione unitaria, riguardando le scritture del pittore, emergono davvero alcune corrispondenze che sono i segnali della propria pittura. Sono titoli con un valore di evidenza, se non di solitudine emblematica: Luogo senz’Angelo, (da Piero Bigongiari), Le spiagge d’inverno, (Ismail Kadaré), Frammenti sopramontani, (da Ritorno Sopramonte, di René Char).

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Attorno a questi nuclei tematici, espressivi, c’è la messa in opera della pittura che tenta di rimuovere anche l’apparente conforto di un “qui e ora”.
Confini, memorie, abbandono, Verso le colonne d’Ercole, sono un po’ il suggerimento di alcuni quadri, di alcuni titoli. Sono il richiamo a un libro recentemente scoperto da Mauro Valsangiacomo e amatissimo: Abbandonato dall’Angelo di Piero Bigongiari. Nell’opera complessiva di Bigongiari ci sono alcune poesie dedicate alla Svizzera come a una frontiera, a un altrove, a uno sgomento, a un rimpianto senza nome. Piero Bigongiari è stato una cara, grande, indimenticabile figura (la casa a Firenze davanti all’Arno, la sua giornata nella perpetua scrittura come il corso del fiume, lo specchio dei quadri alle pareti, dalle Maddalene del Seicento fiorentino all’eros di una figura femminile in un ‘opera del suo amico pittore Balthus).

Il libro poetico Abbandonato dall’Angelo, uscito in una edizione svizzera, è il “nessun luogo” disertato dall’Angelo: è la pagina bianca tra il tempo infinito dell’uomo e il finito delle cose. Suscita una certa impressione notare come, in una qualche remota affinità, in una Stimmung, possa cadere un’inconscia identità di espressione linguistica (sia pure così a distanza tra una figura come Bigongiari in una splendida Firenze e la presenza di un pittore in un disguido del Canton Ticino in Svizzera). C’è una riflessione sull’informale sottratto a mediazioni di storicità, di declinazioni, più riportato a una dialettica tra la pagina dell’informe e la nominazione della forma.

Ora Mauro Valsangiacomo, nel riflettere sulla pittura, in una nota di studio (in data 27 agosto 2003) insiste sulla nozione di “stesura” che è la figura originaria dentro la fabula. Così scrive: “La stesura è quella verità che si disvela e persiste (e resiste) dietro al racconto”. Questa riflessione così autonoma nel pittore ricorre nelle pagine saggistiche di Bigongiari che parla di “stesura profonda”, di “stesure luminose” fino a una specie di “accecamento finale”.

I quadri, in esposizione, Spiagge d’inverno (come in un’ultima velatura di colore, di seduzione, di ignoto) sono l’inverno della pittura: la fine della lingua, della pittura, ma pure la fascinazione del suo infinito congedo. Infine i Segmenti, i Frammenti sopramontani, dove il viaggio finisce, dove la pittura esplode, implode in “piaghe immedicabili”. Sono quadri con un’intensità, la perentorietà, quel tratto folgorante. La pittura è lì senza “durata”, senza nostalgia, senza sguardo.

In preparazione alla mostra, in una sala della Galleria La Colomba, ho visto uno di questi quadri dal titolo Segmenti (nelle misure di cm 150 x 300). Nella struttura, nell’iconologia, nella cadenza emozionale di corpo-forma, mi è sembrato di rivedere il grande nudo di Nicolas de Staël, dipinto poco prima di togliersi la vita gettandosi dalla finestra del suo atelier di Antibes. Che cosa poteva dire la critica di fronte a un’opera nel suo addio tragico?
Rimane nella memoria quel quadro di Mauro Valsangiacomo a siglare una mostra: quella grande impronta perdente e non abdicante.