Gianni Realini, La leggerezza del respiro

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La leggerezza del respiro

Tra un estremo di non figurazione e il suo opposto di figurazione (più o meno aderente al vero), la pittura di Gianni Realini se ne sta lì in mezzo, con una libertà, una freschezza ed una vitalità davvero sorprendenti. Dove per “vitalità” non si devono intendere solo la mobilità del segno e del colore, i flussi di energia e le dinamiche delle forme: che sono comunque tra i punti forti e qualificanti, immediatamente percepibili, dell’arte di Realini, la cifra del suo modo di concepire e di fare pittura.
Cosa c’è, infatti, di più vitale ed essenziale della percezione del vivere e del muoversi? O del tempo e dello spazio, cioè della figura o del paesaggio? Ma non descritti, non raccontati. Bensì sublimati, filtrati e resi nella loro essenza di luce, ritmo, flusso. Vorrei dire nel loro profumo. È questo l’atteggiamento di Realini quando si pone di fronte a una tela: lontano dall’arte di figurazione, ma parimenti lontano dall’astrattezza tutta mentale del linguaggio non figurativo, per collocarsi invece in quel luogo (che è un luogo non degli occhi, ma della mente, dell’emozione, del ricordo) dove si depositano memorie, schegge, atmosfere e ricordi di spazi e tempi vissuti.
La tela diventa allora il luogo dello scambio, del transfert: anziché dipingere corpi visibili di paesaggio o parvenze di figura, il pittore dà alla sua pittura qualità e valenze di ciò che ha corporalità ed anima, nel senso che ne fa un corpo di macchie, grumi, segni, impasti che si addensano o si disperdono, si muovono, pulsano, si incontrano e scontrano, vanno, vengono, ma anche tendono ad andare oltre i limiti della tela, quasi debordano, fluiscono: portando su di sé peculiarità e tratti, flussi e aspirazioni propri ad ogni uomo.