Giunni Piero

Villa Cortese (Milano) 1912 – Bondone 2000


Le prime opere, “sulla linea di un impressionismo lombardo” che lo avvicina alla tradizione di Emilio Gola o all’esempio di Arturo Tosi, si arricchiscono all’avvicinarsi degli anni Cinquanta e in concomitanza con i primi confronti pubblici (del ’49 è la personale alla Galleria Annunciata di Milano) di una più accesa gamma cromatica sostenuta dalla ricerca di nuovi e più intensi valori espressivi cui forse non è estranea, come ipotizza Arcangeli, la frequentazione delle mostre italiane di Soutine e di Bonnard. Un suo paesaggio, esposto alla Quadriennale del 1951, è notato da Roberto Longhi che vi ri conosce forti e istintive qualità di pittura. Sono forse questi riconoscimenti a spingere Giunni a una più ardita e sicura ricerca della propria
personalità artistica e a sintonizzarlo con più aggiornate esperienze che si proponevano un più intenso e appassionato rapporto con la natura.

Nel ’52 esegue infatti alcuni “paesaggi
macchiati, disfatti e dolci, teneramente tattili, che imprimono al dato turneriano, lirico percettivo, un accento psicologico di solitudine”(Calvesi, 1963), e nel ’54 compare nella schiera di quegli “ultimi naturalisti” individuata da Arcangeli. Inserimento questo dovutogli “almeno
per la sua furia, talvolta esorbitante” e i cui limiti il critico fissa con esattezza nel ’54 quando, presentando l’artista alla Galleria La Loggia di Bologna, dopo aver riconosciuto nelle ultime opere “un motivo di astrazione formale, da star quasi fra un De Staél e un Poliakoff”, conclude considerando la sua pittura “non ‘naturalistica’, forse, per ora, nell’accezione particolare su cui abbiamo tentato di meditare recentemente; ma viva, ancora viva in una sua ispirazione nuovamente e umanamente nordica”.
Una posizione dunque, rispetto all’ultimo naturalismo, “tangente per una sua interna coerenza e quasi per salutare noncuranza” in cui, come nota R. Tassi, “sta tutta l’autenticità di Giunni”.
Nel ’57, in una serie di dipinti esposti alla Saletta di Modena, in cui “continua a raccogliere, tanto più fortemente quanto più era ridotta all’indispensabile, l’immagine di natura” (Arcangeli, 1957), la sua tavolozza mostra una predilezione per i toni grigio, grigio-verde che lo accomunano alla produzione di Chighine e di Fasce.
Nel ’58 la partecipazione alla Biennale di Venezia e nel ’62 la mostra a Milano presso la Galleria del Milione confermano l’autenticità della sua posizione artistica, dominata dalla “autentica lotta che accade in lui per inseguire un’immagine o, forse, ancor più che una immagine, la ‘cosa’ ” e in cui “quella che vien definita rappresentazione è invece… intuizione efficiente e toccante di qualche cosa, corroborata anziché diminuita dal far veramente perno su qualche cosa” (Arcangeli, 1962).