Personale di Luciano Fornera

Personale di Luciano Fornera

Venerdi’ 12 Novembre 2004 ore 17.30, alla
Galleria d’Arte “La Colomba” a Lugano Viganello,
con il patrocinio di Finter Bank Zürich,
nella scia del suo pluriennale impegno culturale
si e’ inaugurata la mostra dedicata al pittore
Luciano Fornera.

 

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Memoria del Paesaggio (2003) acrilico su tela, 100×70

Coscienza della storia, sentimento del sacro
di Dalmazio Ambrosioni

Come un’onda che si consuma sulla riva, poi si riforma e riprende, e ancora ancora traduce in forza ed energia, a tratti dirompente, le condizioni da cui nasce. E sempre riparte, fedele a quanto è stata, al modello originario, ma pronta a rinnovarsi. Così la pittura di Luciano Fornera nella quale, da più di quarant’anni, continua ad emergere a fiotti, in forma sempre aggiornata, il peso della storia. È un flusso che viene da lontano, ritmato dai vichiani corsi e ricorsi; un’ondata percussiva e incontenibile, che l’intellettuale, prima dell’artista, sente l’inquietante e ansioso dovere di interpetrare alla luce del tempo presente e di quanto quest’attualità dalla lunga scia lascia prefigurare del futuro.

Cosicché questa per lui inevitabile “coscienza della storia” gli rovescia addosso tutto il peso dei rapporti di potere, della declinazione delle posizioni all’interno della storia stessa. Di tutto questo s’affanna, leopardianamente, a individuare il senso. Con la siepe del suo mondo in primo piano, che però non preclude, anzi sospinge lo sguardo verso e oltre l’orizzonte. Cosicché anche Luciano Fornera, come Piero Bianconi potrebbe giustificatamente dire: ‘Son qui che cerco qualche segno remoto, qualche indizio che mi spieghi il peso tremendo dell’eredità, questo groviglio di stanchezza e di forza, di ardire e pusillanimità, di cattiveria e di inerte bontà che sono io: qualche cosa che mi chiarisca l’impressione di avere sulle spalle come un’infinita piramide rovescia di gente, genitori, nonni, bisnonni, antenati senza volto, tutta una folla anonima ….

E la sua pittura testimonia come anch’egli, risalendo a ritroso i territori della storia, si senta ‘pellegrino e straniero” allo stesso modo della Yourcenar di fronte alle vestigia e alle memorie del passato, al fascino dell’innocenza e alla capacità di vedere, tra passato e presente, con gli occhi della mente e del cuore; come la Yourcenar convinto che “pittori e poeti hanno tutti bisogno di un grande paese, quello dei loro sogni”. Da sempre lo troviamo caparbiamente teso a trovare nel sogno, nelle visioni, nel surreale che sfocia nel metafisico, quelle risposte che il tempo presente non gli dà: sempre in cammino e alla ricerca anche affannosa dei segni di questo “senso”, sempre autosospinto a valicare quel crinale di psicologica estraneità oltre il quale, forse, si cela il senso che va ricercando. E che magari è ancora più in là, più in là, per cui l’inquieta ricerca non può fermarsi.

Per un’impresa del genere occorrono buoni compagni di viaggio. Luciano Fornera li trova nella sua biblioteca e nei Musei, e ancor di più in un faticoso e mai domo lavorio interiore. Gli basta un impulso minimalistico, nel senso che va alla radice delle cose, là dove ancora non sono e cominciano ad essere. Gli basta un’immagine di natura, fossero anche solo sterpaglie o l’orto sotto casa; gli basta un muro a secco, una finestra, un arco. Un appiglio per partire non dalla descrizione, dall’aspetto, ma da un inizio di linguaggio su cui strutturare un vocabolario specifico attraverso il quale queste “cose” possano comunicare con l’esistente, di cui diventano finalmente parte. E la storia che inizia, è il caos che si organizza, così come la natura nelle sospese visioni d’estate dei dipinti degli anni Settanta. Giustamente la natura non è solo spettacolo visivo o paesaggio (che in qualche modo l’artista rimane affascinato e quasi folgorato da questo spettacolo quando l’attraversa la luce), ma è soprattutto “elemento fondamentale della vita spirituale, emotiva, umana”3, perché “è dentro di noi, fa parte di noi, siamo noi”. Per cui la natura non è soltanto metafora della vita, riferimento traslato cui ricorrere per necessità di comunicazione, ma è qualcosa che ha a che fare con i fondamenti della vita. In Fornera non è naturalismo ma esistenza.

Esistenza come attualità e memoria, presenza ed estraneità, passato e presente. La pittura di Luciano Fornera è percorsa da una scia di contradditorietà. Una dialettica mai conclusa in cui, drammaturgicamente, si confrontano e si combattono i contrari in una lotta a superarsi, a vincersi: anche la dialettica geometria?figurazione assurge a metafora storica. Ed è lungo questo confronto, questa ricerca del “senso”, che la sua pittura gradualmente ha lasciato anche un cromatismo a volte sfolgorante, per approdare al bi o mono?cromatismo, ed ha nascosto e talvolta cercato di distruggere la comunque inconfondibile eleganza del gesto. Gliel’ha richiesto la caparbia determinazione a capire, quindi a utilizzare, contemporaneamente, una pluralità di strumenti di ricerca tra loro ordinatamente coordinati in un rimando di successive stratificazioni.

Su tutti i possibili strumenti domina il simbolo: la natura (prima naturans, poi naturata, cioè originaria e poi artificiale, del farsi delle cose e dell’opera dell’uomo); l’organico esteso all’essere umano, testa, busto, cranio, vita e morte, perché alla fine la dialettica dei contrari porta a quest’ultima sfida; il mondo delle cose, quotidiano e casalingo, con un remoto (ecco riapparire la storia) odore di terra, affanno, sudore, fatica, il peso dei giorni e delle opere: allora basta un interno, un tavolo, una sedia, uno scarpone consumato, un fiore, una lampada, un pezzo di meccanica, magari una scacchiera per riprendere il filo delle strategie e, di nuovo, guardare avanti, ad un futuro incerto, indagato dalla prospettiva di un passato intrecciato di faticose e disperate sicurezze, per quanto rasserenate da lampi di poesia.

Lungo le pendici di questa “figurazione allusiva”, Fornera sale con un ritmo scandito dalla qualità di una pittura sedimentata, dove anche il gesto si storicizza e diviene, nel tempo, elemento simbolico. Fino al quadro diventato cosa, fatto oggetto sino a comprendere anche la cornice; il quadro che si auto-contestualizza, perché il cerchio della dialettica Fornera lo chiude in sempre nuove ripartenze, come l’attuale, 2003?2004. Dove, accantonata la “natura naturans”, si chiude sull’opera dell’uomo, architetture della disperazione sulle quali scaglia i fantasmi di una tragedia che covava da tempo, dalle teste di fine anni Cinquanta?inizio Sessanta, e che oggi va a connotare, appunto, scenari di distruzione, il contributo della cosiddetta modernità ad una storia sempre, caparbiamente inseguita. Lo testimonia la continuità di una ricerca quotidiana, affannosamente volta a non perdere il filo tra psiche e storia, tra la sua e nostra vicenda individuale e i quadri di un’esposizione storica vorticosamente cangianti.

Decine, centinaia, migliaia di A4 che hanno l’assoluta dignità del dipinto; per anni hanno costituito l’asse portante della sua indagine. Come il disegno, come i Cristi assemblati, altro simbolo che torna e che oggi si ammanta di rosso?sangue.

A Luciano Fornera interessa un unico, immenso tema, ed è la condizione umana. Rapporta la ricerca del senso della storia al soggetto in cui si riverbera, l’uomo. È lui il referente e al tempo stesso il committente, l’elemento centrale che ritorna, incombente, come un’ombra.

È l’uomo la traiettoria di quel volo pindarico, che nell’opera dell’artista collega le remote radici personali e gli elementi originari di una storia che studia se stessa nel proprio farsi, ai simboli, all’attualità o, meglio alla percezione talvolta innaturale che ne ha l’uomo d’oggi. In questa fondamentale prospettiva di percezione è sempre presente, nell’ombra, in particolari negli elementi più soffertamente meditativi dell’opera, un elemento costante nella pittura di Fornera, ossia il sentimento del sacro.

Più che un soggetto, è un clima legato a modelli socioculturali venutisi formando nelle configurazioni arcaiche. II tratto distintivo si colloca in quella che Gilardoni, riferendosi alla cultura rustica, individua nella “forte coscienza individuale della condizione e della dignità dell’uomo’.

Mentre subodora e talvolta avverte come ineluttabile la fine, Fornera mantiene alta la tensione dell’opera, insistendo sul valore in sé e metaforico delle cose, delle situazioni: ogni dipinto è una domanda e forse, detto sottovoce, una preghiera. Come di chi, nonostante tutto, investe sull’uomo, magari, come nelle ultime opere, sulla sua disperazione: estrema, affannosa, inestinguibile anche se, forse, mutile richiesta di vita, di libertà. Cerca futuro, prospettive, vitalità, energia, continuità, non si arrende, non smette di ricercare (disperare?) e soprattutto coltiva, nell’incombere della tragedia, quel tanto di libertà che permette di alimentare l’esistenza.


Note

1 . Piero Bianconi, ‘Albero genealogico”, Ed. Pantarei.

2 . Marguerite Yourcenar, “Pellegrina estraniera”, Ed. Einaudi.

3 . Giuseppe Curonici Ricerca del vero, tra astratto e figurativo”, Corriere del Ticino 10.2.1967.

4 . Virgilio Gilardoni “Le dimensioni individuali del sacro nell’arte rustica delle genti cisalpine”,
     Archivio Storico Ticinese, Bellinzona, giugno 1982,