Fornera Luciano

Arcegno (Canton Ticino) 1936


Dipendesse da me – dice – la chiuderei così: “io sono l’uomo della luna, questo cane è il mio cane, questo fascio di spine è il mio fascio di spine’ (William Shakespeare, Ballata bergamasca, dal Sogno di una notte di mezza estate).

Così sarà, ma rimane il fatto che Luciano Fornera nasce ad Arcegno, frazione di Losone, nel 1936, si domicilia ad Ascona nel 1951 ove frequenta il Collegio Papio: espulso per cattivo esempio”, che vuoi dire eccesso di vivacità. Nel 1951-53 frequenta la Scuola di amministrazione a Bellinzona, si divide ad intermittenza tra diversi mestieri in Ticino e Svizzera tedesca fino alla Scuola reclute del 1957/58, per impiegarsi subito dopo nell’Amministrazione cantonale del Ticino. Nella seconda metà degli anni Cinquanta inizia a frequentare lo studio di Remo Rossi a Locarno, dove incontra Jean Arp, Italo Valenti, Hans Richter e altri artisti.

Nel 1959 si iscrive a Brera, raccogliendo l’indicazione di Enrico Filippini, allora alla Feltrinelli. Eravamo amici, l’avevo conosciuto quand’era maestro elementare ad Ascona, ha sposato una Schmidhauser di Losone, ci frequentavamo spesso”. A Brera “per la scuola e la pittura”, è allievo di Pompeo Borra, Per i primi due anni alterna sel mesi di Accademia a sei in Governo a Bellinzona, negli ultimi due si concentra sugli studi, si diploma nel ’63. Segue il corso di estetica del futurismo di Guido Ballo, sulla scorta del suo libro “Preistoria del futurismo”.

Tra i ticinesi a Brera lega soprattutto con Cesare Lucchini e Renzo Ferrari, frequenta anche Bellini, Bordoni e Pier Giorgio Ceresa. È attento, più che ai docenti, all’ambiente culturale e alle mostre nel giro molto propositivo delle Gallerie del Naviglio, del Milione, dell’Annunciata, delle Ore, attratto in particolare dalle avanguardie.

Tornato in Ticino, insegna per una decina d’anni al corso preparatorio della Magistrale di Locarno, poi al ginnasio di via Varesi a Locarno e al CSIA (Centro scolastico industrie artistiche) di Lugano fino al 1991.
Assiduo frequentatore di Musei e mostre (ma non di vernissages) dentro e fuori la Svizzera, viene invitato a mettere atélier a Zurigo nel ’62 ma non accetta: “non sapevo se ne sarei stato capace”.
Dopo Brera, frequenta poco Milano e l’Italia, a parte una ventata di partecipazioni a Premi e Collettive nella metà degli anni Sessanta.

Guarda in prevalenza a nord, soprattutto Basilea e Zurigo, frequenta amici artisti come Josef Staub, Paul Suter, Eugen Willi, che per una decina d’anni vive e lavora a Vogorno, Raffaello Benazzi e Serge Brignoni.
In Ticino frequenta, tra gli altri, Claudio Baccalà e Niele Toroni. ‘Per scelta me ne sono sempre rimasto un po’ fuori, appartato, allora come adesso”.
Conduce una vita riservata, molto lavoro e qualche amico, le sue mostre personali sono autentici eventi, rari e scelti, da decenni si concede poco o niente anche alle mostre collettive.
Può dire, con Caldarelli, che “la vita è nell’opera”. Del resto si cura poco.

Per due anni consecutivi, 1963 e ’64, gli è stata assegnata la Borsa federale delle arti, negli anni successivi vince o si segnala in diversi Premi d’arte, come nel ’65 all’importante Premio Lissone o, a quello per il disegno alla Galleria Steccata di Parma, con in giuria Franco Francese, e alla Galleria delle Ore a Milano (giuria: Guido Ballo, Luigi Carluccio, Alfredo Chighine, Mario Negri, Emilio Tadini) e alla Galleria Il Punto di Palermo, nel Premio del disegno curato da Marco Valsecchi.

Ritorna a vivere e lavorare a Losone e, dal 1999, poi nell’attuale casa-atélier di Camorino. La sua attività espressiva si distingue più per sviluppi consequenziali che per cicli.
Le mostre? “Possono essere utili, non sono necessarie nella produzione di un artista”.