Personale di Agostino Ferrari

Personale di Agostino Ferrari

Sabato 20 Settembre 2003 , alle ore 17.30 con il patrocinio della Banca popolare di Sondrio (Suisse), alla Galleria d’Arte “La Colomba” a Lugano Viganello, Via al Lido 9 sara’ inaugurata la mostra dedicata al noto artista Agostino Ferrari.

oltrelasoglia2003_3.jpgOltre la soglia (2003)

Viaggio nell’Arte di Agostino Ferrari
Intervista al pittore
di Angelo Pogliani (1988)
Breve Biografia.Agostino Ferrari nasce a Milano il 19.11.1938 dove vive e lavora.
Inizia professionalmente l’attività artistica nel 1961 con la prima mostra personale presso la Galleria Pater di Milano. Negli anni ’62-’63, con i pittori Vermi, Verga, Sordini, La Pietra e con il critico Alberto Lucia fonda il Gruppo del Cenobio.
Da questo momento inizia la ricerca scenica di Agostino Ferrari, che sarà il tema conduttore di tutta la sua attività sino ad oggi.
Nel ’64-’65 passa due stagioni artistiche a New York, dove conosce diversi pop-artisti americani, fra i quali Segal e Oldenburg. Nel 1966 Lucio Fontana presenta una sua mostra personale a Milano. Nel 1967 riceve il premio Mirò per il disegno a Barcellona. In seguito, con altri artisti, espone al Kunsthaus di Zurigo, tiene una retrospettiva alla Rotonda della Besana di Milano, nel 1978, espone a Dallas, alla Contemporary Art Gallery.
Negli anni successivi espone in diverse città d’Italia e della Germania, sino alla personale del mese di febbraio ’88 al Centro Culturale Bellora di via Borgonuovo 18, a Milano.
Le sue opere si trovano in molte collezioni private e pubbliche italiane e straniere.
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Ormai due secoli sono trascorsi da quando Hölderlin scriveva: “Siamo un segno privo di significato”. Lei, Agostino Ferrari, pittore militante nell’universo del segno, quali opinioni nutre a questo riguardo?“Il segno è un po’ tutto. La realtà nel suo insieme si esprime continuamente attraverso dei segni. Anche in pittura ogni forma espressiva può essere vista come un segno. A me però interessa parlare in modo più circoscritto del segno che si realizza come gesto, come scrittura o come segno disegnato.”

Quali sono dunque le motivazioni generalmente culturali e più squisitamente estetiche che l’hanno spinta a intraprendere la ricerca sul segno?
“A ben guardare la mia non è mai stata né mai sarà una ricerca sul segno. Io utilizzo il segno perché ho trovato una più duttile funzionalità per esprimere ciò che sento, le mie idee, i miei stati d’animo. Il mio percorso artistico è caratterizzato da tutti e tre i modi d’essere del segno: la scrittura, il segno disegnato, il gesto.”Perché il segno, e non piuttosto il colore o altro ancora?“Perché, fin dall’inizio, nel segno ho trovato una formidabile potenzialità rivoluzionaria. Ogni volta che il segno diventa per me un elemento di realtà definita e codificata fino ad assumere la dimensione di simbolo, sempre mi rimane la gioia di una libertà scopritrice di nuovi segni, mai prima frequentati.”
oltrelasoglia2003_1.jpgOltre la soglia (2003)

Qualcuno potrebbe a questo punto accusare la sua pittura di pericolosa ideologizzazione e politicizzazione…

“Chiunque abbia timore delle nuvole che portano l’aria fresca del rinnovamento non può essere amico sincero dell’arte. E proprio in questo senso che ho fatto del segno il mio compagno più fedele. Un compagno dinamico, tanto da non poter neppure invecchiare, che, per sua stessa natura, muta in continuazione i connotati del proprio volto, impedendo così quella pigrizia del cuore e della mente che troppo spesso risulta essere la causa di atteggiamenti di accettazione passiva della datità, dell’esistente in quanto tale. Non penso solo alle attività creative, credo semplicemente che nessun uomo esercitante la propria intelligenza si possa accontentare della realtà così come gli viene posta dinnanzi agli occhi.”

Vuole ora ripercorrere brevemente con noi le principali tappe della sua avventura umana e, allo stesso tempo, artistica?

“In una prima fase (dal ’61 al ’65) ho utilizzato il segno come scrittura, non certo una scrittura che privilegia il significato delle parole, bensì una scrittura indifferente alla dimensione razionale. Lettere indirizzate al cosmo, senza pretendere di descrivere o spiegare nulla a nessuno.
Era un bisogno di comunicare emozioni, stati d’animo. In quegli anni il segno aveva ancora la necessità di conforti esterni quali i colori e i volumi. Il segno, non essendo autonomo in assoluto, richiedeva la complicità di altri linguaggi.
In quel periodo poi avvertivo ancora l’influenza dei riferimenti pittorici del naturalismo. In seguito, dal ’66 al ’75 grosso modo, ho voluto sperimentare anche una seconda opportunità espressiva che il segno è in grado di offrire: il segno disegnato, o, come ancora oggi a me piace dire: il teatro del segno.
Il teatro del segno è stata un’esperienza fondamentale durata dieci anni. Non tanto fondamentale perché mi ha disvelato contenuti nuovi da comunicare, quanto perché ha consentito di arricchire notevolmente il mio vocabolario pittorico. Ho trovato qui un alfabeto più in sintonia con ciò che volevo esprimere.
Quel linguaggio si costituiva di quattro forme o maniere: il segno simbolo che dipingevo sopra una superficie trasparente; il segno pittorico che dipingevo su di una superficie bianca; il segno fisico positivo che realizzavo con dei fili in rilievo sulla superficie; per ultimo il segno fisico negativo che rappresentavo con una fessura intagliata nella superficie.
In questo modo le quattro forme assumevano le sembianze di quattro personaggi che agivano sul palcoscenico del teatro del segno. Il dramma si svolgeva attraverso le interazioni dei protagonisti sino a cercare di instaurare un rapporto dialettico con il pubblico. Negli ultimi sette otto anni il segno vive autonomamente nella mia pittura, dal momento che non vuole più il supporto di volumi e colori, come invece accadeva un tempo.
Quest’ultima esperienza, nella quale sono tuttora immerso, contiene, senza dimenticare, tutte le forme precedenti. Della scrittura mi è rimasta la possibilità di rendere drammatica la superficie con segni ancora una volta non significanti.
Del teatro mi resta la volontà di un linguaggio più corporeo, un linguaggio che tende alla fisicità.”

Che cosa infine è cambiato oggi per lei rispetto a ieri?

“Prima il quadro era una superficie sulla quale io fissavo alcune idee e/o alcuni sentimenti. Oggi invece non avverto più la dicotomia tra me e il mio prodotto.
I quadri che realizzavo mi apparivano come altro da me, non nel senso di un qualcosa di estraneo. di alienante e disautenticante, ma nel senso di un avvenimento verificatosi intorno a me e da me comunicato. La ricerca degli ultimi anni mi ha condotto a un livello più alto di unità: né iato né discrepanza tra l’interno e l’esterno, tra il soggetto e l’oggetto.
Finalmene posso affermare che il segno in quanto tale riesce ad esprimere la totalità della mia sfera esistenziale.”

Intervista di: Angelo Pogliani