Mariangela Rossi, l’essenzialità della forma

Si è conclusa il 12 aprile 2014, alla Galleria d’Arte la Colomba, la mostra

Mariangela Rossi

L’essenzialità della forma

una parabola artistica forte, eccentrica, solitaria

Il catalogo a cura di Pietro del Giudice è ancora disponibile in Galleria.

orari: da martedì a sabato 14.00 – 18.30 domenica e giorni festivi 14.30 – 18.00

 

Carta

 

Mariangela Rossi (Sessa, Malcantone 1919) viene alla esperienza artistica negli anni della Seconda guerra mondiale.

Studentessa a Milano, allieva di Funi, lascia l’Accademia di Brera nei primi anni di guerra per ritirarsi nella neutrale Repubblica ticinese.

Succede, in totale autonomia, alla generazione di donne-artiste di inizio secolo: Vera Haller, Cornelia Forster, Maria Pospisilova. Loro protagoniste nei flussi a-nazionali dell’Europa delle guerre e delle rivoluzioni, lei ticinese doc.

La sua radice principale sta nell’espressionismo, poi qualche debito nella formazione verso De Chirico e il primo Picasso, non con il Novecento italiano (come è per Anita Spinelli).

La parabola artistica della Rossi è, in ogni caso, del tutto indipendente, indipendente poi dai movimenti che occupano  il secolo, dall’informale che tiene la scena dagli anni Cinquanta, dal formalismo patrocinato da Max Bill. La sua è una continua, ossessiva, ricerca attorno alla figura, ricerca inscritta nel grande filone che va da Cézanne al cubismo, da Picasso a Giacometti e Varlin.

La Rossi non destruttura mai la figura, non la scompone mai, ma – per tutta la sua produzione, per tutta una vita devota alla pittura – lavora sulla ricomposizione della figura, su un nuovo equilibrio, una nuova funzione, una nuova costruzione della figura.

Se di figure si tratta – come visivamente è – chi sono, in quale habitat prendono consistenza, i modelli originari di queste figure?

I modelli sono sociali e parentali. Mariangela prende le immagini nel remoto contadino e vallerano del Ticino profondo, nelle piazze delle piccole città di lago e, soprattutto, nella ristretta cerchia familiare.

Walter Schönenberger puntualmente nel 1990: «…Un mondo di grottesche immagini ritagliate, di porte e di muri sbarrati, senza orizzonti aperti». Maria Will nel 1992: «Luoghi e gente del Ticino…figure impietose, dai profili spesso taglienti, frugate nelle rughe, nelle pieghe, in ogni nodosità».

E il deposito di immagini della ristretta cerchia familiare, le zie patrizie presso cui è cresciuta, il Ticino controriformista cui la sua vita di donna e di devota si piega, ma verso cui la sua produzione artistica libera la crudele rappresentazione.

Una pittura di genere, la vita solitaria di una donna-artista. Molte sono qui figure femminili. Donne che la fatica ha svuotato. Mani nodose di contadine. Borghesia renditiera inerte. Vedove. Madri matute sterili.

 

 

Mariangela Rossi L’essenzialità della forma

a cura di Piero Del Giudice

8 marzo-12 aprile 2014

GALLERIA D’ARTE LA COLOMBA via al Lido, 9 – CH LUGANO tel. +41 91 972 21 81

orari: da martedì a sabato 14.00 – 18.30 domenica e giorni festivi 14.30 – 18.00

Quadri di una collezione

Siamo lieti di comunicarvi che, visto il successo riscontrato dalla mostra “Quadri di una collezione”, l’esposizione verrà prolungata fino al 15 febbraio.

 

Quadri di una collezione. Il Ticino dipinto: da Ernesto Fontana a Jean Corty,

un’idea di Sud.

 

Con la presentazione al pubblico di una collezione privata costruita con grande determinazione e chiarezza di intenti, la storica Galleria d’arte luganese torna a proporre autori ai quali si lega una parte essenziale della sua stessa identità e che risultano di assoluto primo piano per la pittura dell’Ottocento e della prima metà del Novecento. Edoardo Berta, Jean Corty, Ernesto Fontana, Filippo Franzoni, Luigi Monteverde, Ambrogio Preda, Luigi Rossi sono solo alcuni dei nomi che caratterizzano l’importante collezione privata, in cui spiccano pezzi straordinari e che per quasi vent’anni è stata affidata in deposito al prestigioso Museo Civico Villa dei Cedri di Bellinzona.

È così che la Galleria La Colomba omaggia il collezionismo d’arte in Ticino, tessera indispensabile e delicatissima nel mosaico dell’economia artistica. Il collezionista, più precisamente l’amatore d’arte, opera per il futuro e la continuità, verso i quali stabilisce un atto di fiducia. Egli sceglie, prepara e preserva “tesori” di civiltà, consentendone così in potenza la trasmissione alle generazioni che si succederanno, affinché vengano conservati in quei particolari e necessari “granai dello spirito” che sono i musei. In tale ottica, la vicenda che riguarda la collezione di dipinti ordinata nei passati anni Ottanta da un giovane uomo d’affari svedese, conquistato dal sentore e dall’inclinazione misti di Italia e di Svizzera dei quali si imbeve e che diffonde il golfo di Lugano, risulta emblematica ed eccezionale.

È dunque superfluo evidenziare che con la presentazione al pubblico di questa sceltissima collezione privata da parte della Galleria d’arte La Colomba che ha saputo evidenziarne la raffinatezza e l’unicità, è offerta un’occasione irripetibile all’amatore d’arte e allo studioso. Infatti, l’indicazione che si può ricavare da questa

campionatura vale a sollecito della necessità di mantenere quella “verginità” di sguardo che sola consente la vera comprensione. Dietro a ogni opera della collezione si intravedono esistenze, ognuna a suo modo eccezionale, che, spesso tra difficoltà rilevanti, hanno concentrato nell’esercizio della pittura le proprie aspirazioni migliori in uno slancio ideale; ciò che li addita al più grande rispetto.

Per conto loro, le opere mostrano di avere una vita propria – una vita che interseca quella degli uomini – e, a coloro che le accolgono e le amano, insegnano che la bellezza del possesso sta nel capirne fino in fondo la vanità. Mentre, proseguendo di tappa in tappa lungo il loro destino in sé non perituro, le opere d’arte tendono un filo di continuità capace di dare senso alla storia dell’uomo.

Catalogo disponibile in Galleria a cura di Maria Will

 

Esposizione Agostino Ferrari

   Agostino FERRARI “Interno-Esterno: il nero, relazione

dinamica e vitale”

 

Luogo: Galleria La Colomba, Via al Lido 9, Lugano-Viganello
Inaugurazione: sabato 21 aprile alle ore 17.30
Orari: da martedì a sabato 14.00-18.00; domenica e giorni festivi 14.30-17.30
Catalogo: a cura Martina Corgnati, disponibile in sede

La Galleria La Colomba di Lugano è particolarmente orgogliosa di ospitare per la terza volta il pittore   milanese Agostino Ferrari. Giunto al culmine della sua carriera e al vertice della sua consapevole ed esigente maturità, Agostino Ferrari sarà protagonista dell’esposizione dal titolo “Interno-Esterno: il nero, relazione dinamica e vitale”. Il pittore italiano presenta la serie di dipinti frutto del suo recente lavoro espressivo. Interno-Esterno è una serie di tele incentrate sulla ricerca di conoscenza attraverso il nero, simbolo dello sconosciuto, proprio a ogni individuo, ma comune anche all’intera umanità. Il nero, ignoto colmo di cose, parla, rispondendo alle nostre domande di senso. Dal nero, per un processo conoscitivo, vengono portati alla luce del bianco, i simboli. Esso si manifesta dunque come occasione di conoscenza e felicità per ogni singolo uomo.

Dalla presentazione di Martina Corgnati:

“La relazione tra interno/esterno della tela, dinamica, continuamente mutevole e vitale, è incarnata dal nero, quel nero che Agostino Ferrari ha sottratto all’altrove, trasformandolo da semplice evocazione in dato di fatto, in corpo attuale e addirittura incombente. E non a caso, anche in questo passaggio, risuonano elementi che pro- vengono dal pensiero scientifico e, in particolare, dalla fisica, quasi a segnalare che i passaggi chiave assomigliano a crocicchi in cui i linguaggi spontaneamente si incrociano e che l’arte, in queste circostanze, non è mai sola. Oggi sappiamo infatti che neri (ai nostri occhi) sono quegli oggetti cosmici che assorbono tutta la radiazione elettromagnetica incidente e quindi non ne riflettono né trasmettono alcuna energia; nero è il vuoto stesso, spazio in cui mancano particelle sufficienti da riflettere le onde elettromagnetiche provenienti dai corpi luminosi. Nero, in fisica, è dunque il colore dell’assenza ma anche della suprema densità, dei “buchi” celesti intorno ai quali negli ultimi decenni sono fiorite leggende, teorie e innumerevoli racconti di fantascienza: corpi talmente densi da risucchiare persino le più mobili particelle, attirandole in un sordo vortice senza fondo. Corpi misteriosi, che un tempo sono stati stelle e che una massa gigantesca ha fatto, per così dire, implodere su se stessi, in un affondo incommensurabile.
Agostino Ferrari ha alzato gli occhi al cielo, permettendo che il suo sguardo annegasse nell’abissale infinito di una conoscenza che continuamente sposta più in là il proprio limite nero, ma li ha anche abbassati a terra sulle particole di sabbia vulcanica, dalla consistenza impenetrabile, cercando di associare la materia e lo spazio, e, per metafora, la natura e l’arte, il passato e il futuro, il vuoto e il pieno. Vitale e imperscrutabile, il suo nero luminescente dei bagliori del silicio è quanto di più lontano si possa immaginare da quella tetra dimensione morta di cui diceva Kandinsky nello Spirituale nell’arte: “nulla privo di possibilità, …morto nulla dopo lo spegnersi del sole, …eterno silenzio senza futuro e senza speranza”.
Al posto della lapidaria e affrettata condanna dell’uomo troppo sicuro dei suoi simboli, Ferrari propone adesso l’umile curiosità del neofita di fronte all’universo, di fronte alla dimensione fondamentale ed assoluta. Fra le sue mani si agita come uno staffile, dotato di vita propria, il segno che gli è stato accanto da tempo immemorabile, dall’inizio stesso del suo cammino d’artista. Quel segno che non dice ma rende visibile, non descrive ma crea, sensibile a tutto, dinamico e flessibile custode di eventi.”

Biografia – Una vita di ricerca

Agostino Ferrari nasce a Milano il 9 novembre 1938. Attratto dal mondo dell’arte sin dall’infanzia, dopo aver compiuto studi di carattere scientifico, inizia l’attività di pittore nel 1959, anno in cui conosce Remo Brindisi, che subito lo accoglie a lavorare nel suo studio. Nel 1961 si inaugura la sua prima mostra personale alla galleria Pater di Milano. Importante è l’incontro con Angelo Verga, Ettore Sordini, Ugo La Pietra, Alberto Lucia e Arturo Vermi. Questo incontro segna la nascita, nel 1962, del gruppo del “Cenobio”, che ha come scopo quello di “salvare la pittura” dale nascenti istallazioni. È all’interno di questo gruppo, scioltosi nel 1964, che Ferrari pone al centro della sua ricerca il sengo La sua attenzione non è rivolta a quest’ultimo come mezzo di comunicazione codificato e riconoscibile, piuttosto si concentra sull’individuazione di una grafia che antecede il momento in cui il segno diventa simbolo, e di conseguenza scrittura, e che riesce a trovare la propria ragion d’essere nella sua stessa funzione visiva. Nascono così opere intitolate Segno – Scrittura. Nel biennio 1964-1965, compie due viaggi a New York che, attraverso la conoscenza di Leo Castelli, gli permettono di entrare in contatto con l’ambiente della pop art. I due viaggi d’oltreoceano confermano all’artista l’impossibilità di “ritrovarsi” nell’arte americana, ma, al suo ritorno in Italia, i suoi quadri sono comunque cambiati: grazie all’influenza statunitense, il segno assume valori più plastici e si pone in equilibrio con la forma e il colore. Negli anni successivi matura l’idea di affrontare separatamente gli elementi della composizione pittorica con opere intitolate Teatro del Segno. Nei primi anni Settanta, Ferrari si concentra sul colore, approdando così alla serie di opere indicate come Segno-Forma-Colore, in cui le tre entità rimangono ancora distinte, ma in costante relazione tra loro e con la realtà esterna. Ciò che Ferrari ricerca è quella precisa situazione in cui ogni forma primaria può occupare otticamente il maggiore spazio, e dunque presentarsi al meglio, in un campo colorato.
In questi anni gli si presenta la problematica del nero che tanto lo affascinerà in seguito: infatti, dal suo studio sul colore, emerge che se il bianco è l’insieme di tutti i colori allora il nero ne è la totale negazione, è “uno spazio negativo” inteso come tutto ciò che è a noi ignoto e che contiene in sé le matrice e le memorie della forma.
La ricerca lo conduce, nel 1975, all’Autoritratto, l’unica installazione della sua carriera, esposta per la prima volta all’Arte Fiera di Bologna con la Galleria di Torino e, l’anno successivo, nella mostra personale a Palazzo dei Diamanti a Ferrara.
Nel 1978 riemerge in lui l’esigenza di esprimersi con un gesto puro ed entra in un periodo di “rifondazione” dove nascono opere che ricordano palinsesti, pagine recuperate, note che il tempo tende a cancellare, che saranno un vero e proprio supporto teorico per i lavori odierni.
Nel 1983 inizia un nuovo periodo di ricerca in cui intitola le sue opere Eventi e riprende definitivamente l’uso della scrittura fitta, talora fino a ricoprire l’intero sfondo, confermando il suo interesse per il segno non significante.
Nello stesso tempo, tra il 1990 e il 1993, Ferrari comincia a lavorare ai Palinsesti. In questi quadri, egli ci offre fino a quattro livelli di lettura, riproducendo la sovrapposizione di tempi e situazioni diverse, con la sola diversificazione dimensionale delle “scritture” su più piani, senza far uso di rappresentazioni e simbolismi.
Nel 1992 gli viene dedicata un’antologica a Palazzo Braschi di Roma in collaborazione con il Museo di Roma e l’anno seguente espone ad Amburgo nella Galleria Thomas Levy.
Nel 1996 presenta, per la prima volta i Frammenti. In queste opere, si assiste ad un’esplosione di frammenti segnici che navigano caoticamente nello spazio conquistando otticamente anche la dimensione del volume. Alla fine degli anni Novanta, Ferrari intitola i propri quadri Maternità. Si tratta di opere con una parte interna, che raccoglie bidimensionalmente tutto il contenuto segnico, e una parte esterna, che assume un valore prevalentemente plastico.
Nel 2002, la ricerca di Agostino Ferrari svela una nuova dimensione della tela con opere che chiama Oltre la soglia. Qui l’artista ritrova il “nero fondamentale”, vale a dire l’ignoto, il non-essere che circoscrive la dinamicità dell’esistenza, già apparso nei suoi studi sul colore.
Il suggestivo varco buio rappresenta per Ferrari ciò che sta oltre l’uomo, prima della nascita e dopo la morte, ciò che non possiamo sapere a causa della limitatezza del nostro pensiero.
Lo “strappo” pittorico del quadro è, dunque, il varco bivalente che ci narra ciò che non siamo attraverso il racconto dell’essere che siamo. Nel 2007 esegue tre grandi murali nella piazza Borgoverde di Vimodrone. Sempre di questo anno è un’esaustiva antologica alla Galleria Centro Steccata di Parma, accompagnata dal catalogo curato da Luciano Caramel.
Dallo sviluppo di Oltre la soglia, nascono i quadri denominati Interno-Esterno a cui Agostino Ferrari lavora tuttora.
Qui, l’occhio si muove nella dimensione pittorica come se percorresse un nastro di Möbius, potendo scegliere tra più possibilità di lettura e diversi spunti di riflessione. Il segno “sospeso” sulla superficie si fa allegoria del legame tra l’arte, l’uomo e la vita; il “mormorio” della scrittura non significante è la memoria che si completa solo se accostata al “nero fondamentale” da cui tutto ha origine.
La mostra del 2010, alla Casa del Mantegna di è l’occasione per presentare le prime tele dell’ultimo ciclo in un’esposizione che raccoglie tutta la carriera artistica di Ferrari oltre ad esporre al pubblico, per la quinta volta, la spirale dell’Autoritratto. Nel 2011 la Fundación Cultural Frax (L’Alfás del Pi, Alicante) organizza una vasta antologica dell’artista e nel 2012, in occasione dell’esposizione Segni d’incontro al Centre National d’Art Vivant di Tunisi, ha luogo una performance collettiva in cui Ferrari collabora con l’artista tunisino Nja Mahdaoui, riscuotendo grande consenso del pubblico.
Agostino Ferrari vive e lavora a Milano.

Sito ufficiale di Agostino Ferrari

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